La formula

 

DNA molecules and human

La formula non funzionava, eppure ero certa che gli elementi e il dosaggio erano quelli richiesti. Ma, qualcosa non quadrava, i miei pensieri continuavano a vagare distratti, come se avvertissi un disturbo di sintonizzazione. Un accumulo di campo magnetico o cos’altro?

Dovevo concentrarmi, ma il pensiero di Franz mi distraeva, le sue parole continuavano a rimbombare nella mia testa « Così non va bene Claudia, non sei presente a te stessa, basta guardarti negli occhi per capirlo, cos’è che ti turba? »

Già, cos’era che mi turbava? Quel pensiero che continuava a girare e rigirare a vuoto come una trottola impazzita nella mia mente e di cui forse non volevo prendere coscienza, ma poi perché?

Per quale motivo mi costava tanta fatica consapevolizzarlo, eppure credevo di aver raggiunto uno stato di coscienza abbastanza chiaro… Eppure, quel fastidioso ronzio, quasi fosse un campanello d’allarme, continuava a riecheggiare come uno sciame d’api impazzite.

Ok Claudia, per stasera è inutile andare avanti, meglio spegnere tutti questi alambicchi e andarsene a casa, tanto a queste condizioni non è possibile concludere niente di buono.

Raccolsi le mie cose e prime di spegnere le luci mi girai a guardare ancora una volta il laboratorio.

alambicco

Avvertivo un senso di estraneità rispetto a tutti quegli alambicchi e questo mi provocava un forte senso di disagio. Quel laboratorio era la mia casa da anni ed era sempre stato il mio rifugio, la mia tana, il mio posto di pace.

Cosa stava accadendo nella mia mente?

Chiusi la porta alle mie spalle, sentivo l’irrefrenabile bisogno di allontanarmi da quel luogo, da quei numeri che, improvvisamente, non suscitavano in me nessuna curiosità.

Uscii dal portone e un’aria piacevolmente fresca mi carezzò il viso, generandomi un senso di benessere e placando lievemente il disagio che mi aveva accompagnato per tutta la giornata.

Respirai a pieni polmoni, il profumo di terra bagnata invadeva le mie narici e solo in quel momento realizzai che l’autunno oramai stava cedendo il passo all’inverno  e che a quell’ora anche il giorno lasciava posto alla sera. Mi sorpresi a chiedermi quanto era, che non avvertivo più l’andamento naturale del tempo e le mie labbra, a quel pensiero, si distesero in un sorriso. Decisi di fare una passeggiata a piedi, quella leggera brezza avrebbe rinfrescato anche le idee oltre che la mia pelle.

Non amavo molto camminare e comunque non rientrava di certo tra le mie abitudini. Ma qualcosa mi diceva che dovevo scaricare l’ansia e mi stupii di questa constatazione perché non credevo di essere ansiosa, forse un po’ agitata quello sì.

All’improvviso una domanda si manifestò arrogante nella mia mente. Perché quella sera mi ero inoltrata su quella strada? E perché nonostante la riluttanza, qualcosa più forte di me mi spingeva a volerci tornare? No, così non andava bene, dovevo decidermi a fare qualcosa.

La nebbia che sembrava offuscare i miei i pensieri all’interno del laboratorio,forse anche grazie all’aria fresca che avevo inalato, sembrava diradarsi. Il vero motivo per cui avevo deciso di non mettermi subito in macchina era solo uno: non avevo voglia di affrontare la tentazione di tornare su quella strada. Questa era la verità, tanto valeva dirsela.

Le luci dei lampioni cominciavano ad illuminare le vie e i marciapiedi, oramai era quasi buio. Qualcuno cominciava a tirare giù le saracinesche, un’altra giornata di lavoro era giunta al termine.

negozi di sera seppia

Mi compiacqui con me stessa per aver deciso la mattina di indossare le scarpe basse, che mi consentivano di apprezzare la piacevolezza di quella passeggiata, anche se dentro di me un’ incomprensibile agitazione continuava a persistere, nonostante i miei sforzi di riordinare la confusione  che, in ordine sparso e fastidiosamente quasi autonomo, i miei pensieri creavano all’interno della mia mente.

Appena voltato l’angolo dovetti fermarmi, riuscivo a percepire chiaramente la presenza e il battito del mio cuore ma, altrettanto fortemente, percepivo anche la presenza e il battito di un altro cuore.

Avrei voluto rallentare, ma i miei piedi continuavano imperterriti ad avanzare un passo dopo l’altro senza fretta ma con decisione, come se sapessero molto bene in quale direzione andare.

Un urto violento mi fece perdere l’equilibrio e dovetti tenermi al muro per non cadere.

«Ma che modi» dissi di scatto.

« Mi scusi, ero distratto»

«Ed era distratto sì, mi è venuto praticamente addosso!»

L’effetto sorpresa mi aveva spiazzata, solo dopo la frazione di un secondo realizzai che le sue braccia mi avevano sostenuto delicatamente impedendomi di andare a sbattere contro il muro.

In quella stessa frazione di secondo mi voltai per guardarlo, ma con mio rammarico mi accorsi che aveva ripreso velocemente la sua strada e riuscivo a stento a intravedere la sua sagoma allontanarsi.

Un senso di incomprensibile tristezza mi invase, accompagnato da una sensazione di torpore agli arti. Le mie gambe e le mie braccia erano diventati pesanti, l’esistenza del mio corpo ingombrante.

Tornai sui miei passi e decisi di prendere la macchina, la voglia di camminare mi era ormai passata. Una volta alla guida della mia automobile, mi sentii in qualche modo rassicurata anche se avvertivo a pelle la sensazione di non essere da sola. Lo sguardo ricadde più volte, nello specchietto retrovisore, ma ciò che mi rimandava erano solo i fari delle macchine che veloci attraversano le vie della città.

Avrei voluto concentrarmi sulla guida, ma non sapevo dove andare, in realtà non avevo nessuna voglia di tornare a casa, così feci una brusca inversione di marcia e mi diressi senza più alcuna esitazione lungo la strada che casualmente mi ero trovata a percorrere due sere prima.

All’incrocio girai e cominciai a salire verso la collina. Era una via stretta e leggermente tortuosa e dei piccolissimi lampioni gialli illuminavano a stento il ciglio della strada. In cima alla collina c’era la casa.  L’avevo scoperta per caso qualche sera prima quando, dopo aver accompagnato un collega, nel tornare indietro avevo mancato l’incrocio e mi ero ritrovata nello stesso punto in cui mi trovavo ora.

Parcheggiai e scesi. Dalle finestre della casa filtrava una luce fioca, mi avvicinai alla porta tirai fuori la chiave dalla mia borsa ed entrai.

«Sono tornata» dissi

«Ne ero certo, per questo ti ho dato la chiave, vieni questa è la tua casa»

Di nuovo provai quella strana percezione di sentire chiari e forti i battiti di due cuori e una innaturale sensazione di pace alleggerì il mio corpo.

« Vieni con me, voglio farti vedere qualcosa»,  così dicendo allungò la sua mano verso la mia ed io non potei fare a meno di afferrarla.

Mi condusse nella stanza accanto e quello che vidi mi lasciò senza fiato, ciò che compariva alla vista dei miei occhi era la riproduzione esatta del mio laboratorio e tutte le fiale e gli alambicchi erano esattamente sistemati come li avevo lasciati io prima di andare via.

Mi girai a guardarlo, i suoi occhi erano dolcissimi ed estremamente familiari, mi sorrise, e quel sorriso mi scaldò il corpo e l’anima.

«Ora Claudia sediamoci e vediamo quello che c’è da fare» disse .

Non riuscivo a parlare, era come se il tempo avesse rallentato al punto tale che tutto sembrava immobile, tutto tranne lui.

Cominciò ad armeggiare con le boccette, il bilancino, il contagocce e ogni tanto mi guardava e sorrideva.

«Perché mi guardi così stupita? Non stavi cercando la formula magica? Ti sto dando solo una mano, ho avuto l’impressione che tu ne avessi bisogno… o mi sbagliavo? » E così dicendo mi guardò con un sorrisino ironico che mi fece di colpo tornare in me.

«Non mi pare di averti chiesto aiuto» risposi.

«Ti dispiace che ti sto aiutando?» aggiunse guardandomi dritto negli occhi.

No, certo che non mi dispiaceva, ma non capivo chi era e perché lo stesse facendo.

«Non c’è nessun perché» disse, quasi mi leggesse nella mente,

«Tu, devi aver avere più fede Claudia delle tue capacità. Perché ogni volta che ti fai assalire dai dubbi e dalle paure, sei costretta a ricominciare da capo. E non è più tempo di ricominciare, ora è tempo di andare avanti»

«Tu come fai saperlo? Chi sei?»

«È importante per te sapere chi sono? O è più importante conoscere la formula magica?»

Il suo tono questa volta si fece serio ed anche il sorriso scomparve e in me tornò quella strana sensazione di tristezza infinita.

«Tu conosci la formula magica?» gli chiesi.

«Anche tu la conosci» mi rispose in tono grave, poi i suoi lineamenti si distesero e continuò «il tuo problema è che te la sei scordata, ecco perché tutti i tuoi tentativi falliscono, nonostante ritieni di conoscere bene gli elementi e i dosaggi . Era una pena continuare a vederti provare e riprovare e non giungere a nulla, allora abbiamo deciso di aiutarti »

«Chi “avete”deciso di aiutarmi? »

«Noi alchimisti. Non possiamo permetterti di continuare a sprecare il tuo tempo alla ricerca di qualcosa che sai già e allora tanto vale darti una mano a ricordarlo, così poi anche noi possiamo tornare al nostro lavoro» e mentre parlava continuava a trafficare fino a che un grande fumo colorato uscì da un alambicco.

«Ecco ho finito, ora puoi prenderlo» e mi porse l’alambicco che continuava a sbuffare un fumo prima grigio-azzurro poi sempre più blu. Lo presi tra le mie mani, avvertii il calore che emanava. Erano anni che ci stavo lavorando ed ora… finalmente era tra le mie mani, ed anche se non l’avevo materialmente creata io mi sentivo comunque felice. Guardai Franz e mi sembrava di vederlo per la prima volta,eppure lui era sempre stato con me, avrei dovuto conoscerlo bene.

«L’hai creata tu Claudia » disse. E di nuovo si impadronì di me quella sensazione sempre più forte che  fosse capace di leggermi nella mente.

«Tu hai un’arte Claudia, ed è la comprensione. Si lo so, può sembrarti strano, in genere viene definita una qualità, ma nel tuo caso è un dono.

È un dono che viene dato a pochi, solo a coloro che ne sanno fare buon uso, che non la sprecano ma che allo stesso tempo non ne sono avari. È l’arte di comprendere oltre il comprensibile,oltre il visibile, oltre il dicibile, oltre il tangibile. Ed ora che l’alambicco è di nuovo nelle tue mani sono certo che non te ne scorderai più».

Si avvicinò posò le sue labbra sulla mia fronte e prima che potessi dire qualcosa si allontanò a passo veloce ed io riconobbi la sagoma.

Guardai le mie mani che tenevano stretto l’alambicco dal quale continuava ad uscire fumo blu, mi avviai alla macchina sorridendo.

Ora  potevo riprendere serena la strada di casa.

donna che se ne va

 

 

Annunci

2 pensieri riguardo “La formula

    1. Grazie Natale per i complimenti. Lui e Franz sono la stessa persona… ma come dici tu alla fine non importa molto, ciò che conta per Claudia è raggiungere la consapevolezza del proprio essere. Grazie ancora.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...