Racconti

Finalmente parlo con me

Sabato 24 aprile 2010

Mi ritrovo qui seduta davanti al computer a scrivere.

In televisione Giovanni Minoli mi racconta la storia d’Italia, una storia d’altri tempi quella dell’Unità d’Italia, il racconto inizia dal 1860. Cent’anni prima che nascessi io.

La storia ha sempre qualcosa di affascinante, il racconto di fatti realmente accaduti, narrati in modo sapiente hanno quasi il sapore di una favola. Una favola però amara, il sacrificio di tante vite in nome di un’ideale, peccato che oggi non esistano più ideali non si combatte più per difendere un’idea, per ciò che si ritiene giusto. L’aria che si respira è quella dell’amara rassegnazione, ci si consola dicendo che potrebbe andare peggio. Peccato, perché potrebbe andare anche meglio.

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Mentre mi lascio andare a queste riflessioni mi rendo conto che non mi riferisco agli altri ma in realtà è a me stessa che sto parlando, l’ennesima delusione per un banalissimo comportamento, in parte aspettato, da parte di qualcuno ed ecco che ci ricasco, mi lascio andare a riflessioni che so già non mi porteranno da nessuna parte.

Sono mesi che oramai mi chiedo ma tu cosa vuoi? Questo senso di insoddisfazione a volte spezzato da piccoli bagliori di gioia, mi sta rompendo le scatole. Lo so da dove nasce, lo conosco bene e ci litigo spesso. Ci sto lavorando, mi dico, ma lavorando a cosa? A capire dove voglio andare? No, questo lo so, e allora su cosa sto lavorando? Boh! Che palle!

Il dialogo con me stessa a volte è realmente fastidioso, la consapevolezza che il mio mondo interiore scalcia la avverto sulla pelle, e allora gli dico: parla più chiaro, non farmi venire il mal di testa, se hai delle esigenze particolari esplicitale, se hai dei bisogni impellenti esprimili. Niente, non c’è niente da fare, continua a scalciare come un bambino irrequieto a cui manca la mamma anche se lei è lì con lui.

Già perché io sono qui, sono presente a me stessa eppure c’è una parte di me che non riesco a vedere, che non riesco a toccare, questo maledetto mondo inconsapevole mi fa diventare matta, forse ho letto troppo testi di psicologia, forse la colpa è del mio professore che sembra che a tutto abbia una risposta, beato lui, ma so che non è così, non è vero che ha una risposta per tutto anche lui a volte litiga con se stesso, ne sono certa, e allora mi consolo.

Bugie, non è vero che mi consolo, in realtà sono troppo presa dal mio dialogo interiore affinché in questo momento possa essere realmente interessata ai pensieri o agli eventuali conflitti del mio professore.

Io voglio parlare con me stessa, so che mi ascolterei. Bugia anche questa, non è vero che mi ascolto, se fosse vero lascerei sfogare tutta la mia rabbia, tutto il malessere che mi porto dentro e che faccio finta che non esista.

Più di una volta il mio prof-doc mi ha detto : deve imparare a rispettarsi di più, io questa frase ho continuato a ripetermela ma mica l’ho capita tanto bene. O meglio, ho capito cosa voleva dire, la sostanza era non pretendere troppo da me stessa, e chi lo fa? Io mi prenderei a schiaffi se non fosse che non sopporto il dolore fisico, ma non perché pretendo troppo da me ma perché proprio non mi capisco e giuro che ci provo.

Anche ora ci sto provando, mi sto chiedendo cosa vuoi? Parla con me!

Niente, è un dialogo con un sordo, se solo potessi aprirmi la testa per vedere cosa c’è in quei cassetti della memoria e capire, non tanto da dove nasce il mio malessere, non me ne frega niente della fonte per questo sono oltre, ma solo per sapere dove è racchiuso il mio dolore per estirparlo definitivamente.

Provo a tornare indietro nel tempo, devo dire che non è una cosa che faccio volentieri, ma non voglio tirare fuori i ricordi brutti, voglio risentire i momenti belli, quelli della gioia, della felicità improvvisa, so che li ho vissuti, ma tutto è così appannato, ovattato e sembra così lontano.Ma non è così lontano, anche in questi mesi ci sono stati dei bei momenti dati dalle piccole gioie quotidiane, dai piccoli successi ottenuti, ma non basta.

Vedi? Vedi che ritorna quella vocina maledetta a sciupare tutto? Ma che vuoi? Chi sei? La parte migliore di me? E allora vieni fuori, se sei migliore hai gli strumenti per poterlo fare, per poterti imporre sulla mia parte peggiore, ma peggiore perché? Perché è piena di dubbi? Di paure? Di incertezze?

Un’improvvisa fitta alla testa mi avverte che ho toccato il tasto sbagliato o giusto, chi lo sa.

Ok ho bisogno di certezze, nella mia vita ce ne sono poche, a parte mia figlia che è la mia ragione di vita. altre non ne ho. Eccolo il buonsenso che arriva, scusa ti pare poco una figlia?

Taci idiota, ho forse detto questo? Ti ho appena detto che è la mia ragione di vita e che quindi è la forza e la leva che mi fa continuare a combattere anche quando avrei tanta voglia di riposarmi.

«E allora cosa vuoi? Non ti basta?»

Non lo so, non lo so più, mi manca qualcosa, mi manca la condivisione con qualcuno che magari ti rompe anche le scatole, ma che è la prima persona che vuoi chiamare quando ti accade qualcosa di bello o di brutto.

Mi torna in mente che ho letto a proposito della legge di attrazione che non dobbiamo concentrarci sulla mancanza di qualcosa, altrimenti continueremo a vivere con quella mancanza, ma bisogna concentrarsi “come se”, quindi io dovrei comportarmi come se avessi un compagno di vita, dovrei pensare al momento in cui torna, a quello che ci diremo, all’espressione che avrà ed alle affettuosità che ci scambieremo, insomma dovrei vivere come se un compagno fosse realmente presente nella mia vita. Ma siete tutti scemi? Questa si chiama schizofrenia, io mi invento una vita parallela e la vivo come se fosse reale, cose da pazzi.

Poi, mi ricordo di aver letto che la nostra mente non riconosce ciò che è reale da ciò che non lo è, per cui se noi ci facciamo un film nella testa ci sono molte probabilità che quella situazione si verifichi davvero. Beh, a questa cosa un po’ ci credo, perché a volte mi è capitato, peccato però che non ami molto i film melensi e quindi la storia d’amore con l’happy end finale non riesco proprio ad immaginarmela. Forse è proprio questo il punto, non ci credo affatto, o comunque non ci credo e basta, non riesco ad immaginarmi in una relazione felice perché non la ritengo possibile. Ahi, ora cominciano i guai, perché non la ritengo possibile? Che palle, altra fitta alla testa.

Questo dialogo interiore mi stanca, è faticoso.

“Le risposte sono dentro di noi”.

Che bella frase, sarà anche vero non lo so, voglio pensare che sia vero, ma allora mi dite perché non le trovo?

«Perché non cerchi bene»

Di nuovo la vocina, giuro che prima o poi farà la fine del grillo parlante. Ecco cos’è quella vocina: la mia coscienza! Questa riflessione mi strappa un sorriso, allora ci sei, allora esisti, allora comunichiamo, che bello!

E’ sparita di nuovo, ma dove diavolo andrà, perché sparisce, cos’è questa autonomia, questa anarchia, io ti chiamo e tu non vieni, poi invece quando il tuo intervento lo trovo inutile ecco che appari. Sei un poco stronza scusa, ed anche poco opportuna, se devi venire fuori con frasi scontate e con luoghi comuni risparmiati e risparmiami, non è quello di cui ho bisogno. Ancora la fitta, ahi anche il tasto dei bisogni è un tasto debole.

«Scusa, ma mi sa che tu sei un po’ deficitaria in parecchie cose»

 Dici? Eppure mi difendo ancora bene, alla soglia del mezzo secolo il mio corpo mi piace, ha resistito egregiamente agli attacchi del tempo, sulla mia intelligenza non si discute, è riconosciuta ed apprezzata da molti. La volontà non mi manca, sono abbastanza caparbia e determinata. Wow, però, hai visto quante doti?

«Me ne sbatto »

Ma che risposte del cavolo dai? Che vuol dire me ne sbatto, ne devi prendere atto ed apprezzare quello che di buono hai.

Fatto!. Non serve a niente, mi sa che tu ci capisci molto poco, forse anche meno di me, bello aiuto che sei.

«Temo che questa conversazione sia assolutamente inutile, sto perdendo tempo con te, non arrivi al nocciolo, non svisceri tutto, veramente non svisceri niente, ti lamenti soltanto. Che noia le persone che si lamentano, cambia le cose che non ti piacciono anziché lamentarti.»

Cocca mi sa che sei disinformata, sono trent’anni che cambio le cose che non mi piacciono e sapessi quanti danni ho fatto, ma poi mi sono detta e va be’ pazienza è andata così ricomincia da capo.

«Ricomincia da capo? Ma ti sembra saggio? Ti sembra possibile? Ti sembra fattibile?»

Ehi calma, una domanda alla volta mi fa male la testa. Mi sta venendo sonno, mi sento affaticata eppure sto solo scrivendo al computer. Deve essere la vecchiaia le mie energie non sono più quelle di una volta.

«Ah ah ah ah…..buona questa, inventane un’altra questa è poco credibile.»

Ma tu non hai niente di meglio da fare che rompere le scatole a me stamattina?

«Oh avrei tante cose di meglio da fare ma non credere che con te sia facile.»

E tu falle senza di me.

«Se fosse possibile ti avrei già mandato al diavolo e sarei altrove, ma ahimè mi sei toccata tu.»

Non credere che io faccia salti di gioia a dover combattere con te. Lo vedi, non ho nessuno con cui litigare e litigo con me stessa, che tristezza.

«Dai non fare così, non è poi tutto così disastroso.»

Lo so bene che non è “tutto” così disastroso, ma tutto cosa? Tutto che? Ma come parli. Ti ricordi il tuo amato Moretti? “Chi parla male pensa male e vive male”. Sante parole. E vedi di parlare bene che lo sai che ci tengo.

«Va bene signorina perfettina, ma quanto sei noiosa, hai perso il senso dell’humour e non sei per niente divertente.»

E perché dovrei essere divertente? Con te poi, capirai la fonte d’ispirazione.

«Se continui così me ne vado.»

Sai che danno, per quello che sei utile…Uffa, è quasi l’ora di pranzo e non ho combinato nulla, la televisione l’ho spenta, Minoli mi distraeva e l’argomento mi deprimeva.

Ma che bell’uomo Giovanni Minoli, ecco potrebbe essere il mio uomo ideale, è sempre stato il mio modello se mai avessi fatto la giornalista. Ahi questa volta è lo stomaco, ehi cosa sono queste lacrime, non fare così. Non riesco più a trattenerle, scendono da sole, non riesco a fermarle. Meno male che non c’è nessuno in casa non voglio che mi vedano così.

«Così come? Così fragile, così impaurita, così disarmata.»

Aspetta che prendo i fazzoletti, non andare via… Ecco sono tornata, ci sei?

«Si.»

Non hai più molto da dire, vero?

«Non lo so, sono dispiaciuta.»

Per me?

«Per noi. Le tue lacrime fanno male anche a me.»

Mi spiace.

«Non importa, avrei voluto che le lasciassi andare, che non le reprimessi, poteva farti bene.»

Temo che torni mia figlia.

«Bugia, ti avvisa quando sta per tornare.»

A volte si dimentica.

«Bugia anche questa.»

Dai ti prego, non massacrarmi.

«Oh no, in quello sei bravissima da sola non hai bisogno del mio aiuto.»

La mia tachicardia è tornata.

«Stai riprendendo il controllo vero?»

Forse si, è più forte di me.

«Peccato, hai scordato quanto può essere piacevole lasciarsi andare, lasciare andare le redini del controllo e assaporare il piacere del sentirsi liberi.»

Io sono libera.

«Ah, certo che lo sei. Ma hai una vaga idea di cosa sto parlando?»

Boh, a volte non ti capisco.

«Come no, ti credo. Bugiarda!»

Ah ricominci con le offese?

«Tu hai bisogno di qualcuno che ti scuota.»

Grazie, mi hai detto veramente qualcosa di nuovo, ora me lo appunto fa’ che me ne dimentichi.

«Il tuo sarcasmo ti diverte?»

No, ma neanche tu mi diverti.

«Bene, allora siamo in due a non divertirci, interessante.»

Eccolo, è arrivato il messaggio della piccina, sta tornando, devo andare a preparare il pranzo, ti devo salutare.

«Non ci sperare, tanto sai che quando vuoi sarò qui ad attenderti.»

Grazie, lo metto in conto.

«Buon pranzo.»

Anche a te, a presto… forse.

«Divertente, ciao.»

by marilenadattis

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