La tavola imbandita

Racconto estemporaneo

Dicono che non ho, quello che comunemente viene definito, un “brutto carattere” anche se a volte mi accusano di essere precisa, quasi pignola. Forse è vero, ma ritengo importante che le cose vadano per il verso giusto e tutto fili perfettamente. Certo, non sono una persona che usa mezze misure per dire ciò che pensa e non ho atteggiamenti accomodanti, ma nel mio piccolo riesco a capire quando una cosa viene fatta con cura e quando invece è fatta solo per dovere, senza metterci dentro passione e amore.

Così, quando Silvia si presenta a me dicendo «Signora, per stasera tutto sta andando meravigliosamente bene», la prima cosa che mi viene in mente è rispondere “siamo sicuri?”

 E non, perché Silvia in passato mi abbia creato dubbi riguardo le sue capacità lavorative, ma perché, pur essendo meticolosa nel seguire le mie direttive e applicandosi oltre misura a non deviare da ciò che esattamente le dico di fare, manca appunto d’inventiva. Si limita ad eseguire il suo compito senza purtroppo aggiungere un tocco personale, senza uscire mai dal seminato, certo la si potrebbe definire un’ottima esecutrice.

Riesco comunque a controllare la mia risposta ed invece di scendere subito in sala da pranzo a vedere come stanno andando le cose, le accenno un sorriso ed inizio a chiederle della disposizione dei posti, delle candele, del menu, del posizionamento delle posate e del resto per l’importantissima cena di stasera.

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IL MIO NOME È ORO

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Il mio nome è Oro e non so più dove mi trovo.

Non ricordo di aver avuto sogni da bambino. Ma se una zingara, una maga, un’indovina avesse previsto il mio futuro, io le avrei riso in faccia.

E avrei sbagliato due volte. La prima perché non si ride in faccia alla gente, lo so per esperienza, la seconda perché nella mia condizione non ho molti motivi per ridere.

No, non è sempre stato così. Ho avuto giorni migliori. Quando la mia arte attraversava le tele rendendole accese e vibranti. Il mio nome echeggiava tra  mostre importanti e critiche eccellenti. E nel frattempo, m’innamoravo di Sara.

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Alle donne (ma non a tutte)

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Oh, donne,
turbatrici di quiete
grano che si miete
eppur non si raccoglie
donne sanguinarie e bambine
inizio durante e fine
pioggia sulle colline
donne, fanciulle in fiore
incauto tremore
nido d’amore e covo di rancore

donne tenere e bistrattate
peccatrici redenti
eppure mai domate
donne esasperanti e sontuose
compagne gioiose
sterpi di spine, rose
donne, profumo selvaggio
incoscienza e coraggio
concretezza e miraggio
oh, donne
innocenza tradita
sentieri senza uscita,
in cui si perde e si ritrova
la vita

Massimo Morrone